La mia bandiera è graffiata dal gattino
Fretta! Solo 3 rimasti in magazzino!
«La mia bandiera ha cantato il gattino» è il tentativo dell’autrice di descrivere la sua vita in un piccolo centro vicino a Luhansk. Sembra che il tempo lì si sia fermato e sia rimasto bloccato a lungo, o nelle disperate scenografie sovietiche, o negli difficili anni ’90. Lì sembra essersi formato un muro invalicabile tra la modernità e le nuove realtà, le informazioni si prendono principalmente dalla televisione (ovviamente dai canali russi), dai giornali «СПІД-Інфо» o «Fatti», e sopra tutto questo si ergono come terreni sicuri: «Perché abbiamo sempre fatto così», «Perché sei una ragazza», «Bisogna vivere in modo che nessuno ti invidi», «Non avete vissuto bene – non dovete nemmeno iniziare». Questo testo è un’ironia continua e presa in giro, sarcasmo al limite, a volte sembra, del buon senso. È particolarmente difficile per chi è «diverso», «il più intelligente» e in generale «ti sarà difficile vivere con il tuo carattere». È un mondo dove i bambini malati vengono portati dal magico nonno che li rotola con un uovo, dove una bambina nasce «per essere una aiutante» e si nascondono accuratamente segreti familiari poco presentabili, secondo la comunità attenta (per esempio, origini ebraiche di qualcuno). Il testo è pieno di umorismo (sì, a volte nero), e a volte colpisce per il suo tragico. Vi si ricordano quasi di sfuggita i tempi in cui per aver detto che avevi mangiato il pane quel giorno veniva arrestata tutta la famiglia, e chi sopravviveva, uscito dalla fossa degli spari, viveva per tutta la vita tra la realtà e il proprio orrore interiore incessante, che «i documenti potrebbero essere cattivi». E no, «La mia bandiera…» non è scritto con l’intenzione di «capire finalmente il Donbass». In realtà «La mia bandiera ha cantato il gattino» siamo tutti noi, a volte su lati opposti del muro.

















